Le Barriere Invisibili. Tra pregiudizio e cultura della diversità

Written by on Novembre 22, 2020

Le barriere di cui vi parlerò sono  barriere invisibili, ma non per questo meno insidiose. Anzi, oserei dire che sono la madre di tutte le barriere concrete e tangibili.

Le barriere psicologiche nascono dentro di noi, dentro la famiglia, dentro la scuola, l’ambiente di lavoro, il mondo sociale e noi possiamo cogliere solo ciò che producono a livello relazionale.

Diversamente da quelle fisiche, queste sono barriere che non possiamo obbligare altri a rimuovere per noi, ma ciascuno di noi è chiamato a rimuovere le proprie e quindi ad essere protagonista del cambiamento.

Vi proporrò quindi alcune riflessioni su come nascono a livello sociale certi tipi di barriere psicologiche e vi presenterò una griglia di lettura delle relazioni interpersonali tipiche del pregiudizio, su di sé e sugli altri, alla base di tante dinamiche relazionali insoddisfacenti e spesso dolorose.

Farò quindi qualche esempio delle barriere che il diversamente abile può mettere tra sé ed il mondo esterno. In seguito vedremo alcune delle barriere che gli altri mettono nei confronti del diversamente abile.

LA DISABILITA’ NELLA CULTURA COMPETITIVA

Ci troviamo a vivere in una società, quella milanese in particolare, ma non solo, nella quale predominano la competitività e l’individualismo. Inoltre, la mente umana tende ad organizzare il mondo per insiemi o categorie e ad includere in ciascuno di essi degli elementi che abbiano alcune caratteristiche fondamentali in comune. Ognuno di noi nella vita può entrare a far parte di un numero infinito di insiemi, ma quelli veramente importanti sono solo alcuni. Nel nostro tipo di cultura uno degli insiemi più gettonati ed importanti è quello che include persone con caratteristiche come: la capacità di offrire le migliori prestazioni nel minor tempo possibile, l’avere un aspetto fisico piacente e possibilmente tendente alla perfezione, l’essere autosufficienti dal punto di vista dei bisogni pratici, la flessibilità o capacità di adattarsi velocemente a spostamenti, cambiamenti logistici, ecc.

Questi sono solo alcuni esempi dei requisiti più frequenti per esempio in molti luoghi di lavoro, ma in realtà anche già in ambito scolastico e nei giochi dei bambini.

Chi, per sua natura o per impedimenti sopravvenuti in seguito, non è in grado di tenere il passo è automaticamente fuori e, se insiste nel voler rimanere incluso, può divenire un peso ed un fastidio.

Così, chi si trova ad essere carente di una o più delle caratteristiche che rendono appartenenti ad un certo insieme, può venirne automaticamente escluso oppure, può rimanervi entro i confini ma in una posizione spesso scomoda che può accentrare su di sé alcune dinamiche spiacevoli, che adesso proveremo a leggere con una particolare griglia: il triangolo di Karpman, detto anche “Triangolo Drammatico”.

IL TRIANGOLO DRAMMATICO

Si tratta di un triangolo isoscele capovolto sui cui vertici si pongono tre ruoli principali: ai due angoli nella parte alta si trovano il Salvatore ed il Persecutore, nell’angolo inferiore invece troviamo la Vittima.

Ciascuno di noi nell’arco della propria vita, ma anche all’interno di una singola giornata o scambio verbale, si può trovare ad attraversare tutti e tre questi ruoli, tuttavia tendiamo ad interpretarne preferibilmente uno specifico. Così ci sarà chi più frequentemente si mette nei panni della Vittima, chi del Salvatore e chi del Persecutore.

Una cosa interessante da dire al proposito è che, mentre siamo all’interno di uno di questi ruoli, in realtà non ne siamo consapevoli, ovvero si tratta di posizioni che prendiamo a livello psicologico, ma senza una decisione razionale e consapevole. Vi sono però modi per accorgersi che si sta interpretando uno di questi ruoli e, da quel momento, vi è anche la possibilità di uscirne. Ogni volta inoltre che ci troviamo in una di queste posizioni stiamo svalutando qualcosa o qualcuno.

La Vittima chiaramente svaluta se stessa, le proprie capacità e le proprie potenzialità, a volte addirittura la propria dignità. Il Salvatore da parte sua svaluta la capacità dell’altro di farcela e tende ad intervenire al suo posto, sottovaluta anche la capacità dell’altro di essere consapevole dei propri bisogni e di poter chiedere aiuto nella misura e nella forma a lui necessaria e quindi presume di sapere di cosa l’altro abbia bisogno senza neppure averglielo chiesto.

Il Persecutore infine svaluta la dignità dell’altro, i suoi diritti e può mostrare disprezzo, vedendo nell’altro più un ostacolo che una risorsa.

Forse a questo punto a qualcuno di voi è già venuta qualche idea su come questo triangolo possa essere applicato anche nelle relazioni che intercorrono tra chi è portatore di una qualche disabilità e chi gli sta intorno.

Non bisogna tuttavia pensare che il disabile, in quanto tale, stia a livello sociale necessariamente nella posizione della Vittima. Spesso, pur di non stare in quella posizione e non sapendo bene in quale modo stare al di fuori del Triangolo, le persone possono preferire assumere il ruolo del Salvatore o del Persecutore.

Credo che ogni portatore di una qualche disabilità sappia quali sono le barriere relazionali che più frequentemente vengono erette dal mondo esterno nei suoi confronti, anche se non è detto che si riesca sempre a comprendere da dove nascano. Più difficile è a volte riconoscere quali sono le barriere che noi stessi innalziamo nei confronti degli altri.

Spesso chi è portatore di una rilevante limitazione sensoriale o motoria si sente psicologicamente in difetto ed in una posizione di inadeguatezza rispetto a ciò che la società richiede all’individuo. Tutto ciò a livello relazionale può assumere diverse forme che dipendono da molte variabili, forse la prima fra tutte è il momento della comparsa della limitazione. Ci sono persone che nascono sane e che divengono diversamente abili a causa di incidenti, malattie o comunque eventi esterni che intervengono solo da un certo momento della vita. Queste persone, a meno che non siano bimbi molto piccoli, hanno generalmente già costruito buona parte della propria personalità e della propria vita in modo stabile e la sopravvenuta disabilità può avere un impatto devastante, in quanto stravolge completamente la loro esistenza.  Vi sono poi persone che nascono con un corredo genetico che le rende da subito o progressivamente diversamente abili e quindi costruiranno la propria personalità e progetteranno la propria vita dovendo tenere conto sin da subito di tale situazione, con il rischio che la loro disabilità divenga il perno attorno al quale ruotano l’immagine di sé e tutte le loro scelte.

LA GESTIONE RELAZIONALE E SOCIALE DELLA DISABILITA’

Detto questo potremmo, seppure in modo molto sommario e generico, individuare alcuni stili principali di reazione ai propri limiti.

Ora farò degli esempi volutamente estremi, giusto per capirci, ma è ovvio che nel mezzo vi è una gamma infinita di possibilità intermedie.

Una prima distinzione potrebbe essere fatta tra coloro che vivono il proprio limite con rassegnazione ed autocommiserazione e quelli che invece si rifiutano di ammettere le proprie difficoltà e sono perennemente arrrabbiati nei confronti della vita e del mondo.

I primi potranno facilmente essere persone dipendenti, tendenzialmente malinconiche, tutte tese a non crear disturbo agli altri, ma la cui presenza in realtà si farà molto sentire, dato che si affideranno costantemente all’altro per ogni tipo di bisogno.

I secondi potranno essere persone che tendono a rifiutare l’aiuto, a voler fare cose al di là dei propri limiti, magari anche mettendosi eccessivamente a rischio. Potrebbero apparire come persone arroganti, facilmente stressate ed iperattive.

Credo sia evidente per tutti come questi due differenti approcci richiamino nellaltro sensazioni e reazioni diverse, nessuna delle quali però mette gli interlocutori sullo stesso piano. La persona rassegnata richiamerà più facilmente su di sé sguardi pietosi ed atteggiamenti di tipo assistenzialistico (Salvatore), anche se, a lungo andare, potrebbe anche suscitare reazioni di insofferenza ed irritazione (Persecutore).

La persona che invece non accetta il proprio limite e si mostra irragionevolmente autosufficiente, verrà lasciata più facilmente sola e, rifiutando sdegnosamente l’aiuto dell’altro, potrà sollecitarne anche l’irritazione.

Vi sono poi altre due distinzioni generali, tra chi si prodiga per compensare i propri limiti dando agli altri più del necessario o caricandosi di fatiche enormi pur di compensare le proprie mancanze e per farsi accettare alla pari degli altri. Per es. può accadere che nell’ambiente di lavoro il diversamente abile si renda eccessivamente disponibile a caricarsi di lavoro, sottoponendosi a fatiche erculee, pur di non dover chiedere ad altri di fare cose per lui, o si sforzi di fare le cose meglio degli altri o lavori più ore per giustificare il diritto ad avere quel posto o uguale stipendio.

Vi sono invece persone che, proprio in virtù del loro handicap, si sentono in diritto di avere privilegi e pensano che tutto sia loro dovuto, che tutto per loro debba essere gratis o scontato.

Le persone del primo tipo saranno probabilmente ben volute in ambito lavorativo, ma troveranno anche chi si approfitterà di tanta disponibilità e farà affidamento su di essa per scaricarsi di parte delle proprie responsabilità. Questo purtroppo è un atteggiamento molto gratificante per il disabile, che così si sente importante e necessario. Il guaio è che il prezzo per tale importanza è spesso molto alto e rinforza il pregiudizio che una persona vale ed ha diritto ad essere amata ed accettata solo in base a quanto fa e non per quello che è.

Le persone del secondo tipo invece suscitano spesso rabbia ed irritazione e gli altri tenderanno ad emarginarle, etichettandole come presuntuose e rompiscatole.

Tutti questi atteggiamenti hanno origine da un medesimo punto: il senso di inferiorità ed inadeguatezza che, portato agli estremi, fa aver paura di non avere neppure diritto di esistere. Che si sia dei rassegnati o degli arrabbiati, tesi a farsi perdonare dei propri limiti o pronti a sbatterli in faccia agli altri, alla base vi sono comunque la paura, il disagio e talora la vergogna per la disabilità. La vita per chi è diversamente abile è più difficile e questo può far temere in ogni momento di non farcela.

Questa paura spesso non viene espressa: è accuratamente nascosta nel profondo ed a volte la persona non la confessa neppure a se stessa.

Questa è una grossa barriera che, a livello psicologico, pone sempre nella posizione di Vittima, anche quando socialmente viene mostrata una maschera da Persecutori o Salvatori.

Un’altra barriera è il non saper chiedere ed accettare aiuto. Questo non è un problema di cui i diversamente abili detengano il monopolio. Direi che è una difficoltà molto diffusa nella nostra cultura. Non sarà infatti un caso che uno spot pubblicitario di … qualche anno fa, recitava: “… per l’uomo che non deve chiedere mai !”. come se chiedere fosse qualcosa di cui vergognarsi profondamente.

Credo invece che chiedere aiuto sia sintomo di coraggio e che saperlo chiedere nel modo giusto sia un segno di maturità ed autonomia.

Chiedere aiuto significa esporsi, significa mostrare all’altro i propri bisogni e significa anche saper accettare che l’altro possa rifiutarci il suo aiuto in quel momento o nel modo che noi vorremmo.

NORMALITA’ E DISABILITA’

Passiamo ora a vedere la parte dei normodotati. Già parlare di normodotati può apparire piuttosto vago, anche perché non ci dice nulla su quali siano i parametri e le caratteristiche che individuano un normodotato. Potremmo pensare che una persona che ci vede bene, ci sente bene, si muove autonomamente ed ha un QI nella norma sia  un normodotato. Questa persona tuttavia potrebbe non aver affatto messo a frutto queste sue abilità e ritrovarsi disoccupata e senza amici, oppure potrebbe aver fatto eccessivo affidamento su queste abilità divenendo una persona arrogante, piena di sé e … senza amici. Beh, io non so voi, ma da parte mia farei fatica a considerarla normodotata. Il suo limite relazionale la potrebbe rendere altrettanto emarginata quanto lo potrebbe fare una qualsiasi mancanza di altro tipo.

Detto questo, possiamo anche aggiungere che molte persone tendono a funzionare sul principio del “risparmio energetico”, ovvero ad evitare di rimettere in discussione se stesse e le proprie opinioni sugli altri e sul mondo, mantenendo una sorta di status quo nel quale fare rientrare, magari anche con un po’ di artifici, tutte quelle situazioni che esulerebbero dal proprio sistema di riferimento. Ora, i diversamente abili escono, per loro natura, dalla maggior parte dei sistemi di riferimento. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che per interpretare la propria posizione preferita nel Triangolo di Karpman (e non avere quindi troppi dubbi sulla propria identità), è necessario trovare qualcuno che sia ad esso complementare. Detto in altri termini: una persona che tende ad interpretare il ruolo di Persecutore dovrà cercare qualcuno che faccia da Vittima e viceversa; così come di una Vittima ha bisogno anche chi vuol passare la propria vita a fare il Salvatore.

Questo discorso non vale solo per gli individui ma anche per gruppi, istituzioni, enti ed associazioni. Proviamo solo per un attimo a trasferire il Triangolo di Karpman a livello sociale: in tale ambito potrebbe verificarsi che, fintanto che esistono dei portatori di disabilità ai quali far recitare il ruolo di Vittime, il resto della comunità potrà dividersi, a seconda delle proprie tendenze, in Salvatori pietosi e pronti ad assistere compassionevolmente i “meno fortunati” ed in Persecutori, pronti a scartare chiunque provi ad intralciare il loro cammino con richieste che rischiano di “portar via loro del tempo” o delle risorse. Certo può essere che siano più le persone che bramano di far parte del gruppo dei Salvatori benevoli ma, come abbiamo detto in precedenza, un Salvatore che si rispetti non permetterà che la cara Vittima si riscatti dal suo stato di inadeguatezza, altrimenti non potrebbe più salvarla  e sentirsi gratificato.  È un po’ come fare la differenza tra inviare generi alimentari nei paesi non sviluppati e andare invece ad insegnare come rendere più produttivi i loro raccolti. Il primo tipo di aiuto rende dipendenti, il secondo avvia all’autonomia.

CONCLUSIONI

Tirando le fila di quanto detto sino ad ora, potremmo sintetizzare dicendo che: uno dei modi per abbattere le barriere psicologiche è quello di rinunciare ad interpretare i 3 ruoli del Triangolo di Karpman, ponendosi in una posizione di parità data non dalle abilità o disabilità individuali, ma dalla dignità dell’essere persone. Tutti abbiamo risorse e limiti, alcuni più visibili ed altri meno. Mettere un diversamente abile nelle condizioni di poter partecipare al meglio delle proprie capacità alla vita sociale, significa rendere un servizio alla comunità intera stessa e non solo al singolo individuo. D’altra parte, per un diversamente abile imparare a chiedere ciò di cui ha bisogno e rendersi disponibile a contribuire, nel modo in cui gli è possibile, allo sviluppo sociale è ciò che lo rende ugualmente abile, aumentandone autostima, tono dell’umore e… a chi interessa … anche il rendimento e la produttività.

Credo infine che parlare di “diversamente abili” rischia di diventare solo un eufemismo se non lo si riempie di significati concreti e spendibili nella vita quotidiana. Allora, se una persona sa in che cosa è inabile o limitata, per poter essere “diversamente abile” ha anche bisogno di sapere come eventualmente quella sua inabilità può essere aggirata o colmata, ma soprattutto ha bisogno di sapere in che cosa è abile, quindi che cosa ha da giocarsi nel mondo per avere comunque un suo posto dignitoso.



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